Pubblicato da: Pedro | agosto 11, 2006

Occhi azzurri…

Ho passato quattro giorni con Irina. L’ho conosciuta sul treno, mentre raggiungevo mia Madre per qualche giorno di spiaggia al mare. Non so come spiegarmelo, ma capisco subito quando le cose si muovono in un certo senso, è bastato uno sguardo. Le prime parole sono state caratterizzate da una banalità inaudita, al limite della commedia tragicomica. Eravamo imbarazzati e l’ora di viaggio, si è consumata rapidamente lasciandomi giusto il tempo, con un balzo di coraggio di chiederle il suo numero di telefono.

Occhi azzurri, bionda. Inizialmente non avevo capito che era straniera, e non mi è bastata nemmeno la prima frase per capirlo. Parlava bene l’italiano, con leggero accento romagnolo. Pochi minuti più tardi mi spiegò che era di origine Russa, da cinque anni in Italia. Stava andando a Riccione, dove la famiglia che la ospita ha la seconda casa, mentre io sono sceso a Cesena, direzione Milano Marittima.

I giorni passati a M.M. sono stati molto tranquilli, come volevo che fossero. Ne avevo bisogno, soprattutto dopo l’estenuante sessione d’esame.
La sera, o la mattina un suo messaggio spuntava sul mio telefono e spesso mi sono trovato a pensare a lei. Finchè le ho mandato un messaggio, quasi per scherzo, chiedendole se aveva voglia di vedere la val camonica. E lei ha accettato immediatamente.

Ci siamo trovati alla stazione di Bologna in mattinata, ovviamente in ritardo a causa di una coincidenza persa per il solito ritardo meno opportuno.
Vestito bianco corto, capelli scomposti per la corsa, un angelo. Un abbraccio, poche parole ancora più imbarazzate rispetto al primo contatto in treno. Abbiamo girato Bologna, guadagnando di minuto in minuto maggior confidenza. Abbiamo mangiato in un ristorantino cinese deserto, e la bottiglia di Muller ha dato il suo contributo a sciogliere gli animi; forse il contributo è stato anche eccessivo dato che per l’ora successiva Irina è stata una furia, trascinandomi per tutta la città ridendo e scherzando come una bambina emozionata. La mia mano prese la sua per non lasciarla più.

Treno, attesa per coincidenza, altro treno. Lunedì sera in una Brescia d’Agosto, mano nella mano. Una lunga camminata verso casa con una pausa per un gelato in via Musei. Vedevo che le facevano male i piedi, a causa della lunga camminata e delle scarpe poco comode, ma lei non se è mai lamentata, neanche più tardi. Arrivammo a letto e dopo poche chiacchere e qualche carezza sfuggevole, siamo andati a letto, sempre imbarazzati.
La mattina di Martedì nell’aprire gli occhi, l’ho trovata di fronte a me, sorrideva. Era tutto bellissimo e semplice e la baciai, e lei mi baciò. Uno sguardo preoccupato, un sorriso e un abbraccio liberatorio. Non ci fu più inbarazzo tra di noi.
La sera eravamo in tenda, dopo 45 minuti di camminata, su un morbido prato, a guardare il tramonto. Bellissima al chiaro di luna e poesie scritte sulla pelle, ma niente di più. Solo qualche tentennamento, bellissimo tentennamento.


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